Scritti Luoghi dismessi

2025 – Luoghi dismessi (Testo in catalogo)

Di Giacomo Doglio

Per Rittana, quella di Gianni Maria Tessari è una presenza che rinnova sempre, oltre al piacere dell’incontro, il senso della passione per ciò che l’arte è capace di esprimere, immaginare continuamente il nuovo e sollecitare un cammino creativo che non deve fermarsi mai. Magari sono cose che lui, per celia o scherzosa polemica, potrebbe anche contraddire ma in realtà le sue visite lasciano sempre una sorta di rinnovato entusiasmo.

Presente nel 2021 per una residenza artistica con Mario Lo Coco e Roberto Gianinetti e con una sua personale in Rittana e Paraloup (Appunti sulla libertà), da allora è stato un regolare e appassionato frequentatore delle nostre iniziative, innamorandosi del paese.

Oggi, dopo aver esposto in due diverse sedi a Torino alcune opere del medesimo ciclo, abbiamo il piacere di ospitare il corpo completo della sua attuale produzione dedicata ai Luoghi dismessi. Sono lavori costruiti «pittoricamente su immagini fotografiche rettificate» dove l’artista introduce «quei suoi ben riconoscibili glifi, un tipo di scrittura criptica, priva di significato verbale, ma con forti connotazioni simboliche» e ci mostra, come sottolinea nel suo testo Enrico Perotto, «il lato poetico nascosto delle cose abbandonate, lasciate cadere nel disfacimento progressivo e sottoposte all’azione di rioccupazione dell’area da parte dell’ambiente naturale circostante»: luoghi urbani disabitati, vecchi siti industriali, fabbriche dismesse…

«Le opere pittoriche di Tessari si ispirano al concetto della dismissione come un “bivio silenzioso” che segna il passaggio da ciò che è stato a ciò che potrebbe essere. Attraverso le sue creazioni, l’artista esplora come il lasciar andare un oggetto, un’idea o una relazione sia in realtà un processo di purificazione e liberazione, un movimento verso l’evoluzione che fa spazio al nuovo. (…) Come suggerisce l’artista, ogni fine porta con sé i semi di un nuovo inizio. Le opere in mostra sono una celebrazione di questo ciclo infinito, un promemoria visivo che anche nelle perdite più dolorose, c’è sempre l’opportunità di ricominciare» (1).

E proprio questa lettura, per il particolare contesto che qui stiamo vivendo, non può non suggerirmi ancora nuove similitudini: i luoghi dismessi sono le case e i borghi ormai senza vita, l’abbandono di un intero territorio montano, lo spopolamento che ha svuotato di tante energie vitali intere comunità, un mondo dal destino incerto e per taluni segnato irreversibilmente. Su queste condizioni di abbandono con tutte le sue innegabili fragilità e debolezze si stanno tuttavia innestando nuovi segni che vanno in direzione contraria. Alcuni ritorni, nuove presenze, inedite attività contrastano il processo in atto. Una rinnovata resilienza riscopre i valori di antiche comunità che non vogliono cedere, guardano ad un proprio futuro possibile e creano nuove «opportunità di ricominciare».

Questa è dunque una mostra non solo da vedere ma uno stimolo per pensare e trovare nuove dinamiche di crescita.

 

(1) Marcello Corazzini, testo di presentazione della mostra “Luoghi dismessi – altri” di Gianni Maria Tessari, presso la CSA Farm Gallery, 2025 – Torino


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2025 – Anatomie del mondo in dismissione (Testo in catalogo)

Di Enrico Perotto

È ben noto il fascino che l’urbex esercita sulle giovani generazioni, attive in azioni di esplorazione e di riappropriazione dei luoghi abbandonati delle nostre realtà urbane, che, in molti casi, vengono svolte adottando uno specifico codice etico, del tutto rispettoso dei diversi ambienti scelti per essere visitati. Perlopiù, gli urbexer intendono svolgere un atto esperienziale dai risvolti sociali e identitari, che è anche una prova consapevole di coraggio sia individuale che di gruppo.

Ecco il lato poetico nascosto delle cose abbandonate, lasciate cadere nel disfacimento progressivo e sottoposte all’azione di rioccupazione dell’area da parte dell’ambiente naturale circostante; ed ecco l’importanza delle riflessioni di Gianluca Cuozzo sulla trasformazione degli oggetti della realtà industriale in scarti della società dei consumi, in “relitti e frammenti disarticolati”1, che si ritrovano, per esempio, nelle fotografie della giovane artista cuneese Daria Abashkina, raffiguranti ambienti urbani ridotti a rovina, restituiti nel loro “inquietante degrado senza limiti né immediata speranza di possibile riscatto”2.

Il rifiuto industriale o edilizio intesse un confronto/scontro con l’habitat naturale in cui è inserito: può trasmettere il senso della memoria di esistenze trascorse e trascinate dal tempo distruttore in uno stato di immobilità silente, oppure può suscitare una reazione morale nei confronti della smania di industrializzazione e di urbanizzazione fomentata dalla nostra società tardocapitalistica.

A ben guardare, questi particolari ‘luoghi dismessi’ si possono considerare come spazi altri diventati sui generis: privati della loro originaria funzionalità, sono stati sottoposti all’oblio, alla perdita di senso, all’esclusione dalle mappe che accertano l’esistente. Sono approdati, si può dire, allo stato di entità appartenenti alla sfera delle eterotipie sottoposte a un intento di cancellazione, e quindi entrate in crisi, o a quello dei nonluoghi degradati e separati dal contesto sociale quotidiano, avvolti da un alone di mistero, che motiva l’esperienza di visita o di perlustrazione (spesso notturna) da parte di uno o più soggetti particolarmente motivati a ripercorrere i vissuti umani di cui sono impregnate le mura sconnesse di quelle realtà architettoniche cadute letteralmente ‘in disgrazia’.

E la ricerca pittorica più recente di Gianni Maria Tessari, incentrata essenzialmente su progetti via via perseguiti e poi sospesi, ma che possono potenzialmente essere ripresi e continuati, ha recepito, in modo particolare, la tematica dei “luoghi dismessi”, ampiamente intesi, dopo aver dato vita a tre specifiche serie di lavori intitolate Appunti sulla Libertà, Vie Oscure e Fabbriche e Cieli. Il percorso artistico di Tessari si è caratterizzato nel tempo attraverso forme mutevoli di espressione pittorica figurativa, declinata in termini metaforici, in unione con la fotografia rettificata e l’invenzione di quei suoi ben riconoscibili “glifi”, un tipo di scrittura criptica, priva di significato verbale, ma con forti connotazioni simboliche, a confronto con il contesto comunicativo e segnico della scena urbana postmoderna e sempre con una visione attenta ai problemi sociali, politici e ambientali.

Si giunge, pertanto, a una progressiva riduzione delle presenze grafiche allo stato di percorsi lineari, inseriti all’interno di determinate fasce ortogonali, o di vaghe tracce segniche, che trasportano lo sguardo nella dimensione astratta di un fantasioso e misterico decoro. In parallelo, si assiste alla definizione di un tipo di pittura atta a cogliere “il senso di disagio esistente in questa infinita dimensione ‘liquida’ che la nostra società sta attraversando”, elaborando sagome (ombre) figurali antropomorfe di stampo esoterico e “dal sapore espressionista” (Edoardo Di Mauro), che risalgono alla luce dal buio profondo e inquietante del mondo cimiteriale o di quello del sottosuolo, lasciati intuire dalla presenza di epitaffi o di tombini di vario genere.

In seguito, ecco il manifestarsi di quell’idea degli spazi vuoti che transita dagli interstizi delle caditoie e dei chiusini alle ampie superfici interne dei siti architettonici mutuati attraverso la fotografia dalla cultura underground. Tessari, operando pittoricamente su immagini fotografiche rettificate, ci permette, innanzitutto, di entrare in contatto con l’identità disgregata di specifici simulacri dell’archeologia industriale, prestando attenzione ai segni di un nuovo orizzonte di vita di quei luoghi, se pure all’insegna della clandestinità, e assumendosi il compito di ridare memoria (e nuovi sfondi di cielo) a questi anfratti marginali, segnati dal passaggio di graffitisti in azione, e di riscattarne l’anonimato con immissioni regolate di colori timbrici, che egli integra con l’aggiunta di svolgimenti discreti e ordinati dei suoi caratteristici patterns grafici asemici, la cui presenza si rivela anche come la chiave per comprendere il processo di appropriazione concettuale dell’artista di quei luoghi riprodotti e insieme di modificazione delle immagini in nuovi e inattesi snodi dell’invenzione artistica. In seconda istanza, Gianni Maria intesse un dialogo sulla finitezza delle cose mondane, sul paradosso dell’aspirazione all’infinito dell’uomo, che si scontra con la melanconica constatazione del limite nella nostra realtà umana. Tuttavia, ci si può rendere conto delle possibilità della mente di ammettere, come ha scritto Marcello Corazzini nella presentazione della personale di Gianni Maria Tessari intitolata Luoghi dismessi – Altri e ospitata presso la CSA Farm Gallery di Torino dall’11 al 13 settembre 2025, “che qualcosa ha esaurito il suo scopo, che non risuona più con la nostra essenza”; a quel punto si è avviato “un processo di purificazione e di liberazione, un atto di accettazione che la fine non è una sconfitta, ma una parte naturale del ciclo della vita”. Dunque, ciò che si trova in una condizione di dismissione contiene in sé la tensione a diventare “un movimento verso l’evoluzione, un lasciare andare il passato per fare spazio al futuro”.

Certo, in termini virgiliani, “ogni corpo” è “facile a sfarsi”3, a rovinare miseramente per cause intrinseche ed estrinseche le più diverse. Occorre, però, andare al di là dell’essere e del suo ineluttabile destino di infelicità e sofferenza, coglierne le potenzialità di cambiamento, di distacco da precedenti stati esistenziali, di liberazione dai limiti della propria fisicità. Attraversando le vie allusive del corpo (con il teschio, simbolo per antonomasia del memento mori), della mente (visualizzata con le  parti del cervello nei cui lobi si generano molteplici gangli antropomorfi, come altrettante possibili insorgenze del sé che si annidano in ciascuno di noi) e della ‘dismissione del creato’ (configurata allegoricamente come una scacchiera costituita da sequenze ripetute di piccoli riquadri compresi in uno spazio quadripartito dai quattro bracci – vergati con le consuete scritte asemiche – di una croce greca e raffiguranti ciascuno un occhio chiuso dell’artista, tranne in un caso, dove l’occhio appare aperto, alla pari dell’oculus Dei, ma in apparenza non più tanto provvidenziale),  Tessari elabora, in fondo, un pensiero visivo metafisico, che sfida le leggi fisiche dell’ordinario “flusso delle forme”: ogni “stato finale” coincide con il raggiungimento di un’auspicata “pienezza assoluta”, ovvero di una potenziale “realtà suprema rispetto alla quale il resto non è che un’illusione”4.

 

1G. Cuozzi, Resti del senso. Ripensare il mondo a partire dai rifiuti, Aracne, Ariccia 2012.

2I. Isoardi, Luoghi oscuri, testo scritto nel dépliant della mostra di Daria Abashkina The Used To…, allestita nelle stanze interne della Villa Belvedere Radicati di Saluzzo dal 5 settembre al 26 ottobre 2025.

3Vedi la citazione da Virgilio in P. Godani, Melanconia e fine del mondo, Feltrinelli, Milano 2025, p. 74.

4R. Guénon, La metafisica orientale, tr. it. di S. D’Onofrio, Adelphi, Milano 2022, pp. 34-36, passim. “Tutto ciò che è fenomeno è di ordine fisico; la metafisica è al di là dei fenomeni”. Cfr. ibidem, p. 37.

 

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2025 – RITTANA  

Di Om Bosser  (Pubblicato sul n° 224 di ottobre di Juliet)

Nello Spazio espositivo del Centro Civico Culturale sabato 8 novembre alle ore 17, si inaugurerà la mostra di Gianni Maria Tessari intitolata “Luoghi dismessi”. Cura e testo in catalogo di Enrico Perotto. Gli enti promotori sono il Comune di Rittana e il MUDRI (Museo Diffuso di Rittana). La mostra sarà visitabile fino al 15 marzo 2026. Nell’analizzare le varie tipologie dei Luoghi dismessi. le fabbriche e altri edifici, i corpi umani e animali, la mente e l’amore, quelli umani, e non per ultimo la dismissione del proprio Creato da parte di Dio (una possibilità ragionata in modo quasi ironico e sarcastico) l’artista propone una critica all’antropocentrismo e all’autoreferenzialità che lo accompagna. E’ la storia dell’uomo che si ripete: l’essere umano invade il mondo esterno, e il proprio mondo d’idee, rendendoli “schiavi” delle proprie necessità basilari ma anche di quelle proprie dell’Io costruite a misura d’una esigenza di possesso che serva soprattutto da contrappeso alla consapevolezza della morte. Tessari con le sue opere propone una visione del mondo, e di se stessi, periferica, laterale. La mostra ha il patrocinio della Regione Piemonte e della Provincia di Cuneo. Collaborazioni: L’era granda; grand’Arte, Turismo Torino e provincia; MECANIKóS MECANIKóS UNO; Dadaville; Galleria Studio 71; Museo degli Angeli.

 

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2025 – Dall’abbandono delle fabbriche a quello delle nostre menti. Le Dismissioni di Gianni Maria Tessari nella sua mostra “LUOGHI DISMESSI” a cura di Enrico Perotto. Dall’8 novembre 2025 al 15 marzo 2026 presso il CENTRO CIVICO CULTURALE di Rittana (CN).

Pubblicato su Eco.it – https://rivistaeco.it/le-dismissioni-di-gianni-maria-tessari-dallabbandono-delle-fabbriche-a-quello-delle-nostre-menti/ – 15 ottobre 2025

Di Monica Nucera Mantelli e Ippolito Ostellino

Dismissioni. Facile a dirsi e facile pensare pressoché immediatamente alle industrie dismesse, limitandosi a guardare quanto l’umanità ha creato e poi dimenticato all’interno ed esterno di esse. Facile anche perché – immediato ed evidente – l’accumulo di edifici, capannoni ed altre costruzioni che la società del consumo capitalistico ha prodotto in questi ultimi tre secoli per poi abbandonare tutto ciò in cosiddetta virtù delle nuove dinamiche della globalizzazione.
Fa accapponare la pelle leggere che solo 5 anni fa la produzione di cose legate all’opera umana ha raggiunto e superato l’intera biomassa che abita il nostro Pianeta: 100 milioni di specie che producono una biomassa stimata di 1000 gigatonnellate, contro una specie sola, la nostra, che ha lasciato nell’ambiente che occupa addirittura di più (1100 gigaton). Davvero un confronto che ha dell’incredibile. Parliamo di un prodotto del fare accumulatorio umano “non più usato”, che costituisce quindi un peso senza più scopo o senso per l’ambiente in cui viviamo. Così accade per la dismissione degli spazi industriali, e di edifici rurali: il fenomeno dell’abbandono delle strutture che hanno rappresentato le icone, e le realtà dei due ultimi grandi periodi delle nostre economie – quella agricola prima e quella industriale dopo – è tutt’altro che privo di interesse in quanto da anni oggetto di studi, saggi, ricerche, convegni che sul finire dell’altro millennio hanno occupato tanti spazi del dibattito sull’uso del suolo specie nell’Occidente deindustrializzato, che ha scelto di delocalizzare nelle nazioni dell’est europeo come in altri continenti d’oriente e del sud del mondo, la sua produzione, approfittano di maggiori convenienze economiche e fiscali. Le città in particolare hanno animato una pletora di dibattiti e di ricette urbanistiche sul cosa fare dei milioni di metri quadri lasciati a se stessi, alla ruggine o all’uso abitativo di disperati, magari in cerca di una nuova terra. Una porzione di territorio che ammonta, per dare una percezione della enormità del problema, ad esempio, a circa un terzo del territorio del Piemonte (parliamo di una superficie di ben 9000 km quadrati). Questa dimensione, appunto, è quella più facile e immediata a cui guardare se evochiamo la categoria della dismissione.

Ma, grazie alla proposta artistica di Gianni Maria Tessari, la dimensione del dismesso ne presenta, ad una più profonda e attenta valutazione, anche altre, se vogliamo più inquietanti. Espressioni e rinvii concettuali come la dismissione del cervello e della mente (cosa ben diversa dal fenomeno solo biologico materiale), ma più in generale, la rinuncia volontaria o meno del pensare e financo conseguentemente alla cura della nostra anima. Nell’esposizione settembrina di Torino sia nello spazio Mecanikós Mecanikós UNO di Fausta Bonaveri, che presso CSA Farm di Marcello Corazzini, alcune opere dal titolo “Luoghi dismessi – altri” le opere installate da Tessari non fanno solo riferimento a quanto è stato dimenticato come “prodotti” all’esterno di noi, ma anche di come, nel nostro contemporaneo recentissimo, la dismissione abbia interessato lo spazio interiore umano, cogliendo quegli accadimenti di perdita dei nostri spazi del vissuto interiore indotti da “sistemi sociali” o da noi, con le nostre scelte consapevoli o meno.

Nella riflessione di Tessari esistono da un lato le dismissioni delle funzionalità cerebrali causate dall’aumento delle malattie neurologiche come l’Alzheimer, il Parkinson o l’autismo, che colpiscono le funzionalità mentali in quanto prodotte da fattori disfunzionali biologici, causati da elementi inquinanti e ambientali di varia natura legati alla vita moderna, o peggio ancora, da errate somministrazioni di farmaci. Ma quelle più subdole sono quelle generate da uno stile di vita artificializzato, nel quale, tra individuo e realtà, viene interposto uno spesso ed a volte impenetrabile filtro percettivo oggi di natura digitale: smartphone, computer e uso in generale della rete – oggi amplificato dall’introduzione dell’IA – stanno facendo sempre più arretrare le nostre naturali capacità intellettive, che vengono delegate/esternalizzate al di fuori di noi, andando incontro quindi alla dismissione della nostra forza mentale originaria. Sono ormai all’ordine del giorno le indagini e inchieste che denunciano e segnalano la perdita dell’efficacia dei fattori educativi, con un calo della alfabetizzazione legata all’uso dello strumento digitale. Sono innumerevoli i campi nei quali l’impoverimento intellettuale si sta espandendo. Il ragionamento autonomo, che prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale rappresentava l’unica strada per costruire la propria visione delle cose, sta subendo duri colpi da parte di una crescente e massiccia espansione della delega – all’esterno di noi – dell’elaborazione intellettuale, che pare minare proprio le specificità evolutive che hanno segnato la nostra storia di specie umana. Ci riferiamo ad esempio all’uso della mano e delle pratiche manuali che permettono di mantenere viva ed efficace la funzionalità del cervello, in quella straordinaria coppia vincente che mano e cervello ha permesso alla specie umana di far evolvere straordinarie qualità, che hanno portato alla creazione del linguaggio e dei sistemi simbolici, della cultura e dell’arte.
Oppure alle relazioni interpersonali e della sfera sociale, ridotte e canalizzate tramite filtri paradossalmente definiti “social”, che invece stanno raffreddando la qualità dello scambio comunicativo umano, fino a produrre veri stati patologici negli individui.
È ancora il rapporto con l’ambiente e la natura, diminuito in modo esponenziale, con la conseguente diminuzione delle capacità di reazione ai fattori esterni, a causa dell’eccessiva protezione fornita dalla vita urbanizzata. Un fenomeno che determina minori capacità delle sfere dell’ apprendimento sin dalla tenera età, ed anche riflessi sulla sfera dell’inconscio, che costituisce un universo parallelo e profondo di così vasta influenza nella nostra crescita ontologica, i cui effetti ad oggi possiamo neanche lontanamente immaginare nella loro portata decostruttiva del nostro modo di “essere”.

Nel suo insieme questo scenario di dismissione del nostro cervello assurge a divenire parossistica nell’opera di Tessari, che forse più di tutte scuote l’osservatore: La dismissione che Dio decide dell’Universo. Una sequenza di occhi ripresi in una duplicazione reiterata in orizzontale e verticale, tutti chiusi, eccetto uno che è ancora aperto, ma solo per anticipare che anch’esso tra poco farà calare il buio dietro la sua palpebra. L’occhio di Dio, che sceglie così di dismettere quello spazio infinito che in un tempo indefinito decise di aprire allo scorrere degli avvenimenti, umani e non.

Nel suo complesso non si può affermare che questa opera esprima in forma eccessiva le conseguenze delle dismissioni del pensiero prima espresse: cosa può attendere alla realtà in cui viviamo se si persegue insistentemente nel disabilitare le nostre capacità di pensiero, elaborazione e creatività, se non proprio la finale dismissione della nostra esistenza intera.
Una dismissione che – nella rappresentazione di un Dio stanco delle miserie “terrene” – sceglie di porre la parola Fine ad uno scenario nato con altre prospettive. Una scelta estrema che sembra fare da sfondo a quanto di folle e perverso si affaccia attualmente nelle comunità incredule delle persone d’animo buono, che vedono crescere, come un fistola purulenta, e nuovamente dalle viscere dell’odio umano, le volontà di guerra, di violenza e di discriminazione che attraversano come una vena scura tanti Paesi, specie occidentali o divenuti tali. E’ in queste comunità sociali che sembra cedere l’argine della democrazia, con cittadini che si lasciano affascinare da deliri di un mondo dove élite più forti giungono a sottomettere chi non la pensa come loro, avendone negli anni, appunto, anestetizzato le menti. Una operazione condotta scientemente utilizzando la persuasione di massa, la televisione e i social media affidate nelle mani di ristretti potentati come oggi sono denominati per segnare la loro straordinaria pervasività “turbocapitalistici”. Si giunge davvero quindi a chiudere l’interruttore per una pervasa situazione di dismissione che potremmo definire quasi integrale? O queste opere prospettano una rinascita? L’arte ha il potere di porre le domande fondamentali, attraverso messaggi e simboli universali, come appunto un occhio che si chiude. Ma è proprio l’atto di riconoscere il problema, e denominarlo nella sua essenza, che attua il primo passo per superarlo. Forse non più attraverso le forme delle lotte popolari dell’inizio del ‘900, ma attraverso la rifondazione delle coscienze individuali, mosse da una sorta di rivoluzione morale universale, che nasce da un pianeta di individui interconnessi e che – da questa nuova dimensione interindividuale della sfera sociale, diversa dalla primigenia sfera di classi sociali – possa reagire e dare vita ad un rinascimento contemporaneo.

L’ occhio ancora aperto nella sequenza di sguardi presente nella tela di Tessari sembra suggerire in realtà che si possa coltivare una forma di pensiero sulla quale l’intelligenza artificiale potrà solo copiare la specie umana, senza mai sostituirsi: la Speranza.

Tessari agita le menti.
Forse in qualche modo canta ancora alle anime salve, come racconta il cantautore genovese. Certo è che il suo saluto straziante è assai più pungente di certi olii esausti che qualcuno desidera ancora che si nascondano sotto i tappeti.

 

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2025 – Tessari, Luoghi dismessi come un “Train de Vie”

Di Om Bosser (Pubblicato su www.olimpiain scena.it – https://olimpiainscena.it/2025/09/04/arte-gianni-maria-tessari-alla-csa-farm-gallery-di-torino/ )

Citando l’Artista: “… i miei “Luoghi Dismessi” sono luoghi dove in tempi più o meno lontani, in modo antropocentrico, con una definizione ampia e per certi versi superficiale, si sostanziava la “vita” e che “ora”, proprio a causa della loro dismissione da parte dell’uomo, appaiono all’uomo stesso, vuoti, morti”. È nel nome della critica dell’antropocentrismo che, in ambito artistico, la relazione soggetto/oggetto viene oggi attaccata. Il centro rappresenta la figura del contrasto assoluto rispetto al pensiero contemporaneo. E il soggetto umano

non rappresenta forse la centralità per antonomasia? Perché il primo crimine dell’umanità consiste nella sua essenza colonialista: sin dall’alba dei tempi i popoli invadono e occupano i territori limitrofi, riducono in schiavitù ogni forma di vita considerata come “altra”, sfruttando il loro ambiente naturale senza tenere conto delle sue necessità; si accontentano troppo spesso di ridurre la filosofia a una cattiva coscienza che rimugina senza sosta, a un atto di contrizione, talvolta persino a un feticismo del periferico.

Poiché l’arte non è una categoria di oggetti ma un regime specifico dello sguardo umano, la sua esistenza si rivela inseparabile dalla presenza di quel “testimone attivo” evocato da Pierre Huyghe. Essa esiste solo perché l’essere umano ne fa uso e inventa, classifica, conserva e valorizza una classe di oggetti corrispondente a questo utilizzo: ogni altra definizione della pratica artistica appartiene de facto al pensiero idealista. Non esiste dunque arte che non si rivolga a qualcuno, singolare o plurale, e un’opera esiste solo tramite la presenza di un testimone – in caso contrario essa si trasformerebbe in arcifossile. Che cosa è una casa disabitata (luogo dismesso per antonomasia),  se non un ammasso di materiali? Bisogna tener presente che il nostro mondo non è sempre stato popolato da oggetti, ma che noi abbiamo trasformato pian piano le sue forme di vita in materiali divisibili, in prodotti vendibili, poi in cifre e algoritmi.

 

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2025 – Gianni Maria Tessari: “Luoghi dismessi – Altri” -CSA Farm Gallery – Torino

Di Marcello Corazzini

C’è un momento nella vita in cui ci troviamo di fronte a un bivio silenzioso, un confine invisibile tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Lo chiamiamo dismissione, ma è un nome troppo freddo per descrivere un processo così profondamente umano. A volte, appare come una resa, un fallimento: un oggetto che rompiamo, una relazione che finisce, un progetto che abbandoniamo. Eppure, a un’attenta analisi, non è un atto di debolezza, ma un atto di profondo coraggio. È il risultato di un sentire interiore, una consapevolezza che affiora lentamente, suggerendoci che ciò che un tempo ci apparteneva, ora non ci serve più.

La dismissione è un viaggio all’interno di noi stessi, in cui i nostri valori, la nostra visione del mondo, le nostre convinzioni più intime, ci guidano. Non è una scelta casuale, ma un atto deliberato, seppur spesso doloroso. Riconoscere che qualcosa ha esaurito il suo scopo, che non risuona più con la nostra essenza, è un atto di grande maturità. È un processo di purificazione e liberazione, un atto di accettazione che la fine non è una sconfitta, ma una parte naturale del ciclo della vita. Così, la dismissione diventa un movimento verso l’evoluzione, un lasciare andare il passato per fare spazio al futuro.

Questo processo, per sua natura, è intrinsecamente legato alla ciclicità. Tutto ciò che esiste, non solo la vita, ma anche i nostri pensieri, le nostre idee, le nostre emozioni, seguono un ciclo infinito di nascita, crescita, maturità e fine. Ogni dismissione è, in realtà, un piccolo o grande finale che porta con sé i semi di un nuovo inizio. Nel momento in cui ci allontaniamo da un’idea che non ci rappresenta più, liberiamo uno spazio mentale ed emotivo, pronto ad accogliere qualcosa di nuovo.

Allo stesso modo, la fine di una relazione apre la porta a un percorso diverso, a una crescita personale inaspettata. Questo concetto, presente in molte tradizioni spirituali e filosofiche,ci insegna che la morte non è la fine, ma una trasformazione, un passaggio. Simbolicamente, la dismissione può essere vista come una “piccola morte” che permette una rinascita. È un atto che ci riconnette alla natura ciclica dell’esistenza, ci insegna che ogni conclusione è, in realtà, un trampolino di lancio per un futuro diverso. Abbracciare la dismissione significa accettare il flusso inarrestabile della vita, la sua costante evoluzione e il suo ininterrotto rinnovamento. È il promemoria che, anche nelle perdite più dolorose, c’è sempre un’opportunità per ricominciare.

 

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2025 – “Luoghi dismessi – Un possibile crollo delle Arcate del Cielo”

Di Francesco Bettin (Pubblicato su www.olimpiainscena.it – https://olimpiainscena.it/2025/07/16/arte-i-luoghi-dismessi-di-tessari-al-mecanikos-mecanikos-uno-di-torino/)

Allo spazio MECANIKóS MECANIKóS UNO di via Salgari 1 a Torino, venerdì 25 luglio alle ore 18.00, verrà inaugurata la mostra di Gianni Maria Tessari intitolata “Luoghi Dismessi – Un possibile crollo delle Arcate del Cielo”, con la cura di Fausta Bonaveri. È un nuovo progetto che l’artista propone dopo “Appunti sulla Libertà” e “Le Vie Oscure”, a formare un trittico che inevitabilmente si intreccia nei rimandi di pensiero e solo parzialmente nella costruzione delle opere. Tre progetti che sono l’un l’altro integrativi. La Libertà senza la consapevolezza delle Vie Oscure che attraversa, e che l’attraversano, e la Dismissione relativa a questo mondo che inevitabilmente l’attende, non sarebbe neppure immaginabile. Allo stesso tempo non saremmo in grado di affrontare con consapevolezza e forza le Vie Oscure e l’ansia della Dismissione se non possedessimo almeno un po’ di Libertà. Il progetto si ferma per ora nel compimento di 17 opere (numero che afferma Le Stelle nel gioco dei Tarocchi). La dismissione riguarda tutta la materia e il pensiero che dalla materia non si discosta, fino alla idea di un qualsiasi dio che dismetta la propria creazione, l’universo e chissà cos’altro, angeli compresi. Sono opere che partono da alcune fotografie stampate su tela (interni di fabbriche e di case, corpi umani e cervelli e altro ancora) su cui Tessari interviene con colori acrilici. Lo scopo che si prefigge l’artista è sì quello di comunicare il senso della dismissione, molto presente nel pensiero e nei fatti contemporanei, ma anche di sottolineare come le varie Dismissioni siano frutto di un sentire umano autoreferenziale.

Alleati: Turismo Torino e Provincia; DADAVILLE; MUDRI, Museo Diffuso di Rittana; Associazione L’era granda; grandArte; CSA Farm Gallery; Petit Point Poétique Mobile; Galleria e Biblioteca d’Arte Studio 71; Museo Degli Angeli e, ovviamente, MECANIKóS MECANIKóS UNO.

 

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2023 – Collettiva “Scene da un Mondo (ir)responsabile 2. Segni e simulacri differenti” – Palazzo Lucerna di Rorà, Benevagienna (CN) – Ideazione e coordinamento generale Massimiliano Cavallo, Giacomo Doglio, Enrico Perotto. Testo di Enrico Perotto – Ente promotore Associazione culturale grandArte – (Tre opere esposte).

Tratto dal testo in catalogo di Enrico Perotto

[…] nelle fotografie rettificate di Gianni Maria Tessari, i codici verbovisivi della cultura urbana underground si ricompongono in unità con i siti architettonici ripresi in una serie caratteristica di scatti in bianco e nero. L’intento comunicativo di queste esplorazioni fotografiche è quello di proiettarci all’interno di vari simulacri dell’archeologia industriale, che hanno perso la loro identità originaria o ne hanno acquisita un’altra, precaria e clandestina. Con l’intuito del pittore, Tessari si assume il compito di ridare memoria a questi anfratti di vissuti marginali, segnati dal passaggio di graffitisti di vario genere in azione, e di riscattarne l’anonimato con immissioni regolate di colori timbrici, unite allo sviluppo ordinato dei suoi caratteri patterns grafici asemici, la cui ripetizione può rivelarsi la chiave per nuovi e inattesi snodi dell’invenzione artistica […].