SCRITTI VIE OSCURE

 

(Testo di Silvia Petronici inserito nel catalogo VIE OSCURE TRAILS)

Si può anche affermare che gli Iniziati percorrono una “Via luminosa” rendendola oscura per coloro che iniziati non sono, mentre io percorro una “Via oscura”, da cui tutti possono trarre qualche luminosità.

Gianni Maria Tessari presenta con questa mostra un percorso di studio che articola con il mezzo pittori-co e che conclude con un testo di analisi dei concetti che hanno guidato la sua ricerca. Le ragioni del ti-tolo sono ben espresse dalle sue parole che ho voluto premettere alle mie come incipit di questa ulteriore riflessione che conduco sul testo complessivo del suo percorso. Questa mostra, i suoi esiti formali come le sue premesse, è, in effetti, un testo, nel senso strutturalista del termine, una accurata struttura di segni connessi a significati la cui comprensione è spostata in avanti. Seguire le piste (trails) di questa ricerca nel momento della mostra che la esprime è l’esperienza da cui emergeranno i significati condivisi o condivisibili che chiariranno il riferimento di ciascuna scelta pitto-rica o installativa. Le nozioni di pista e percorso afferiscono a quelle di traccia e segno. In questo senso ogni gesto grafico compiuto dall’artista è un’istanza narrativa. Serve a dire ciò che nella sua visione si è reso esplicito. La narrazione ha l’andamento di un poema rapsodico, salta attraverso e unisce mondi con la semplicità di un aedo esperto e l’abilità di un cantastorie. La mostra si articola in cinque cicli pittorici. Cinque percorsi nella sostanza della vita. Nei luoghi se-greti tra la terra e il cielo, seguendo le tracce dei passaggi, dei punti d’accesso, dei travalicamenti della luce nell’ombra e viceversa. La luce è il punto, come ci dice più volte l’artista nel suo scritto. Inevitabilmente ogni luce che spezza il buio, crea nuove ombre, nuovi lati bui Cercare dentro, seguire le tracce dell’Oltre nell’ombra è senz’altro una ricerca che parte dalla luce e cer-ca di comprenderla come sostanza complessa di cui l’ombra stessa è parte. Dal sangue alle stelle, varcare la soglia con il pensiero per suggerire la presenza di qualcosa di invisibile da cui trarre un prezioso profitto in termini gnoseologici è il senso del percorso artistico presentato in questa mostra. I cinque percorsi si propongono di mostrare l’esistenza di una connessione tra il sopra e il sotto, tra il dentro e il fuori, tra ciò che si sa e ciò che si può solo immaginare, tra la materia e lo spirito, la fede e la morte, l’acqua e le stelle. Culti misterici e riti di passaggio restano sullo sfondo di uno sguardo contemporaneamente curioso e lai-co nei confronti del mistero dell’Oltre che l’intero ciclo di questi interventi pittorici osserva. Le cinque “vie oscure” percorse da questi interventi sono: la via sotterranea dei canali d’acqua intravisti attraverso la fessura dei tombini (Sotto terra); la via celeste delle costellazioni che mostrano il loro dise-gno nel buio (Oltre le stelle); la via, per così dire, della più assoluta immanenza, la via della carne e del sangue, segnata dai risultati scritti delle analisi cliniche (Carne e sangue) a confronto con la via della trascendenza, quella che l’uomo percorre cercando un incontro con Dio, con la sostanza ineffabile dei miti cosmogonici (Aspettando Dio) e, infine, l’ultima delle cinque vie è quella letteralmente escatologi-ca, l’uscita dal cerchio, il ritorno nelle viscere della terra, la morte (Post Scriptum). In quest’ultima parte, come nelle precedenti, l’artista affronta, non senza una certa ironia, la questione del passaggio dalla luce all’ombra, da ciò che si sa a ciò che non ci è dato immediatamente sapere ma possiamo tentare di raggiungere attraverso i media che via via si rendono disponibili durante la nostra vita e la sua evoluzione, le nostre capacità intellettive come anche i sentimenti, tra cui quello panico del divino. 2 – Si può parlare in molti modi del senso del divino, quello scelto da GMT è, forse, il più laico, quello che procede da Adamo, da ciò che sappiamo di essere, organismi finiti, destinati all’esaurimento e alla di-spersione con un elemento volatile che, però, sembra avere più forza del tempo. Forse l’anima, forse la mente, forse lo spirito o forse solo i sogni. Senz’altro il nostro desiderio di contatto con un Fiat che ci supera in dimensioni e forza è un elemento della nostra umanità. L’Adamo è quello nerboruto e scultoreo di Michelangelo isolato, tagliato come in un collage, nella ten-sione dell’incontro. Dipinto da solo con il suo dito al vento senza Dio che lo “tocca”. Adamo così tocca tutto: il mondo il tempo le cose il mistero. Adamo diviene il portale per il passaggio verso l’Oltre e, in questo senso, un modulo, un segno linguisti-co, come lo sono i tombini, le lapidi, le stelle, i numeri e le cifre delle analisi del sangue. Tutte scritture, ready-made concettuali, riarticolazioni che permettono a questi oggetti del discorro di condurre la pista dei significati in una nuova “oscura” / imprevista narrazione. Dipingere ciò che non si vede, rendere visibile l’invisibile, come suggeriva Paul Klee, è il compito capi-tale dell’arte. L’acqua che scorre al di sotto dei tombini di cui l’intera mostra porta il suono (diffuso dal video all’ingresso) diffondendolo sopra ogni cosa, è il contenuto di questi segni, del tombino, come degli altri: è la scoperta di un oltre possibile, di ciò che è ulteriore rispetto alla superficie delle cose, che supera le attese, è di più delle parole e al di là del Linguaggio, è ciò che è in grado di “intorbidire” la chiarezza senza spessore del senso comune. L’acqua è una materia potententemente simbolica e in questa mostra, la cui sede ne è circondata, assume un valore di chiave per la comprensione delle istanze dell’artista. In questo senso GMT invita una cara amica ad aprire il percorso della mostra con un canto di preghiera. La performer, Sammanawa, di origi-ni maori eseguirà una Karanga, letteralmente una Chiamata, nella quale l’acqua, come elemento del divi-no, sarà ringraziata e resa testimone degli sforzi compiuti dall’artista in direzione della conoscenza e di una sua condivisione poetica. Concludo questa mia riflessione con una nota su un elemento presente in ogni lavoro di GMT che egli stesso definisce una scrittura. Si tratta di una complessa articolazione di combinazioni grafiche sempre diverse apposta come una sorta di sigillo sulla tela di ciascun quadro. Anche questo espediente ripete il movimento del modulo e dell’oggetto concettuale che funziona da portale d’accesso all’invisibile. Inol-tre la scrittura asemantica è un espediente formale interessante per mostrare la ricerca come una discipli-na che ripete gesti e costrutti senza posa in attesa della sorpresa, dell’imprevisto, del controevidente. Dal non sapere elegantemente “oscuro” in direzione della luce.

Silvia Petronici, Marostica, settembre 2014

 

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DAL TOMBINO SPROFONDANTE AL RADICAMENTO NELLA TOMBA

(recensione alla mostra Tombini in-grati, di Gianni Maria Tessari)

 


Gianni Maria Tessari nei suoi dipinti avallerà una possibile land-art per l’astrazione. Sempre l’universale si percepisce a “volteggiare” sopra di noi. Ogni particolare sarà rimandato solo svanendo nella sua indefinitezza. L’universalità ha limiti sempre “coinvolti” fra di loro da una spiritualizzazione. Pure l’orizzonte del suolo può svanire. Ma esso “coinvolgerà” i propri particolari (i campi, le montagne, le case ecc…) uno sotto l’altro. Spesso si contempla l’infinito nella spiritualizzazione del cielo. Tuttavia, l’uomo ha l’anima al di sotto del corpo. I dipinti astratti cercano di spiritualizzare i colori, le linee, le forme. Qualcosa che liberi la “gabbia” del mero naturalismo, o peggio del materialismo. Gianni Maria Tessari esibisce la paradossalità d’una costellazione solo “al di sotto” della propria trascendenza. Sappiamo che l’Universo ha la materia oscura. Quindi la spiritualità delle stelle letteralmente “volteggerà” (pulsando) solo svanendo al di sotto della propria particolarizzazione. La Via Lattea si percepirà come “oscura”; ma in fondo ogni linfa vegetale è nascosta dal tronco o dal fusto… Gianni Maria Tessari dipingerebbe una “costellazione inconscia” fra i quattro elementi in natura (l’aria, l’acqua, il fuoco, la terra). Per la Teoria della relatività, è vero che niente può viaggiare più velocemente della luce. Quest’ultima si percepirà come una costellazione sempre “al di sotto di sé”, differenziando l’Universo tramite i quattro elementi in natura. L’inconscio pare abilitato a “pulsare” i propri pensieri, senza la linearità della logica intellettuale. E’ la giusta metafora d’una “via oscura” fra i “volteggi” della vitalità (conoscendo questa la differenziazione dei sentimenti e delle emozioni). La land-art insistette molto sulla riqualificazione del terreno naturale, contro l’antropocentrismo dell’urbanizzazione. Robert Smithson voleva tornare a camminare di continuo, nei boschi o nei campi, dove insomma non si sarebbe potuta subire la “distrazione” delle “punteggiature cittadine” (le torri, le insegne pubblicitarie, i fumi industriali ecc…). Paradossalmente, bisognava enfatizzare “l’oscurità” della mera… radura, ad esempio fra i monumenti abbandonati del Passaic River. Gianni Maria Tessari lascia che l’astrazione più “stabilizzante” della forma, tramite la sua squadratura, si percepisca “sprofondando” da una “semiotica per pulsazioni”. Da sempre, egli ama inserire una sorta d’ideogramma naturalistico. Qualcosa che si possa virtualmente leggere nel “coinvolgimento” dei propri concetti. I segni dovranno “pulsare”, fra le tonalità calde (e dunque vitalistiche) del giallo, del rosso, dell’arancione o persino d’un “sangue viola”. Certo lo strano ideogramma è nero; ma esso si farà “scavare” come una “costellazione… in terra” (fra i pensieri appena oscuri dell’inconscio). Tutta l’astrazione delle forme si percepirebbe nel “volteggio” del suo materialismo. C’è un dipinto dove l’amena caduta d’una foglia d’acero copre la squadratura del tombino. La “costellazione” delle nervature vegetali enfatizzerà così l’oscurità d’un mero “scarico”. La vita sempre comporta la morte… Un altro dipinto rappresenta la corsa d’un uomo quasi “consunto” (citando Alberto Giacometti), verso la squadratura “oscura” del tombino. E’ simbolicamente la necessità della morte, al di sotto della vita già dalla nascita. La percezione più stabilizzante dell’astrazione avrà il suo “cammino”, da un naturalismo che “demistifichi” addirittura ogni “prepotenza” del codice linguistico. Anziché spiritualizzare le linee informali, Gianni Maria Tessari preferisce “scaricarle”. Quanto varrà l’assonanza fra le parole tomba tombino! Almeno la land-art insegna che si possono “costellare” i giardini od i campi sui “camminamenti svanenti” dell’anima, persa la ridondanza delle insegne pubblicitarie, della skyline, delle ciminiere inquinanti ecc…Il tombino rientra nell’architettura industriale, ma non pare “invadente”. Noi tendiamo a percepirlo in via negativa, servendo “solo” a scaricare… Esso ha la “costellazione” solo “in terra” della grata. Qualcosa che porti la linea informale a materializzarsi nel suo inconscio. Nel tombino, simbolicamente la “grata” dell’elaborazione concettuale (che sempre riordina i pensieri!) si farebbe “calpestare”, come l’ideogramma dove i singoli significati “solo volteggino” fra di loro. Facilmente s’immagina uno scarico dalla “spirale” materialistica di se stesso. Gianni Maria Tessari è portatore d’una figurazione in cui il minimalismo dei segni cerca la profondità d’una “via oscura”, fra l’astrazione nella costellazione ed il riavvolgimento sulla carnalità. Nel tombino, la percezione del filiforme avrà tanto l’oscurità della grata quanto la stabilità del cemento o della ghisa. Gli sfondi dai colori caldi doneranno una “carnalità” al segno solo “girovagante”. Gianni Maria Tessari ha spesso dipinto l’architettura urbana, nell’oscurità astratta delle sue condutture. Adesso in queste ci sarà il simbolismo d’una semiotica per l’inconscio, tramite cui i pensieri “crescano” continuamente “calpestati dai propri ingranaggi”. Più o meno “in simpatia”, immaginiamo che la psicanalisi “sempre macchi” il razionalismo! L’inconscio certamente apparirà oscuro… Possiamo percepire che l’aria sia riposante ed accogliente, nella volta del cielo azzurro. Qualcosa che ci riguarderà strettamente, tirando un sospiro di sollievo. Per il filosofo Gaston Bachelard, l’aria nel contempo libera dal mero “assopirsi” nell’inazione. Penseremmo di nuovo alla respirazione, quando la vitalità ingranerebbe. Lì, l’aria sembra cadenzata. Per il filosofo Nietzsche, nella gioia di respirare accade che l’esteriorità “si  prometta” a noi. Conterebbe la percezione ingranata dell’aria. La gioia naturalmente ci dà più ottimismo, guardando al futuro. La respirazione quindi si farà tonificante. Nel tombino, la grata appartiene al piano superiore. Virtualmente, essa permetterà all’aerazione “d’assopirsi” fra i propri ingranaggi, una volta “scaricata” nell’oscurità del sotterraneo. Nel tombino, comunque la ghisa od il cemento “tonificherebbero” l’esteriorità della strada, sporca per la pioggia. Nei quadri di Gianni Maria Tessari, la percezione rassicurante della forma quadrata è scavata in sé, a far “ingranare” ogni “grata” del “ragionevole dubbio”. Fra le strade cittadine, la pioggia in-taccherà la scorrevolezza se non delle autovetture almeno dei pedoni. Il tombino facilita la pulizia urbana. In quello, la pioggia letteralmente sarebbe “grattata via”, per “ingranare” fra le fognature. Il tombino si percepirebbe in via paradossale. A pulire le strade sarà l’oscurità del sotterraneo. Accelerando al volante, massimamente la nostra vita trascorrerà nella comodità. Sulla strada, il tombino sarà l’attrito che paradossalmente “metta… in marcia” verso l’oscurità (persa qualsiasi destinazione). La sicurezza della forma pesantemente quadrata dovrà “aggrapparsi” a se stessa. Nel tombino, l’acqua urbana tornerà a scorrere solo varcando una grata. Simbolicamente, sarà la grande rapidità del pregiudizio mentale, che cominci finalmente a dubitare di sé, fra il “sotterraneo” dell’inconscio. Allora Gianni Maria Tessari rappresenta l’uomo filiforme, vicino al tombino. Tutta l’arguzia intellettuale del primo si dovrà appigliare alla profondità onirica del secondo. Nella filosofia di Martin Heidegger, compare l’immagine ontologica della quadratura. La storia della metafisica ci insegna che l’Essere si fa continuamente identificare. Noi potremo “vederlo” come il Motore immobile (per Aristotele), la Monade (per Gottfried Wilhelm Leibniz), lo Spirito (per Georg Wilhelm Hegel) ecc… Sempre si spiega l’Essere, così da ripeterlo. Quello perderà la dimensione dell’assolutezza, “diminuito” da un’eguaglianza intellettualistica. Martin Heidegger suggerì di scrivere la parola Essere aggiungendo al suo interno una croce (che quasi la “nascondesse”). Così appare l’immagine della quadratura. Questa si fonderebbe sulla Terra, il Cielo, i mortali ed infine i divini. Qualcosa che rivisiterà ontologicamente i più tradizionali elementi in natura. La Terra rappresenta la necessità che tutti i singoli enti “sorgano” da se stessi (a delimitarsi). Il Cielo si percepisce dentro “l’apertura” d’un loro significato concettuale. I mortali rappresentano gli uomini, destinati a “dimenticarsi” di continuo l’Essere (nelle sue riduzioni, con la metafisica). Almeno, noi potremmo tendere a farci divini. Con questi, Martin Heidegger immagina gli uomini che non usino il loro linguaggio per stabilizzare l’Essere (attraverso le concettualizzazioni), bensì “camminandovi” incontro (ad esempio, nell’autoreferenzialità quasi “sacra” d’una poesia). Il tombino dipinto da Gianni Maria Tessari ha la “precisione” percettiva della forma quadrata o circolare. Qualcosa che porti tutta la “costellazione” dell’esteriorità intellettuale (se le idee sempre risalgono in… “cielo”, aperti i limiti dei particolari) ad oscurarsi fra i propri “ingranaggi”, filtrata dall’inconscio. E’ una Terra dove l’anima ha una linea d’orizzonte costantemente “sbarrata” da una “luce” (una Verità) non più emanante (rivelata), bensì solo… “sradicante”. Contro lo “sprofondamento” nel materialismo, resta “l’appiglio” all’oscurità positivamente “tonificante” dell’autocritica. Qualcosa che permetta di “grattarsi” per risalire. Dal tombino sprofondante per la pulizia stradale, si passerà al radicamento nella “tomba umana” (responsabilizzando se stessi essenzialmente dai propri limiti, agli occhi degli Altri).

 

Recensione estetica a cura di:

PAOLO MENEGHETTI

 


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SEDUTO IN QUEL CAFFE’ @ BARDOT ART CAFE’ (TO)

Written by Claudio Lorenzoni, 24 ottobre 2016

 

La mostra dell’artista Gianni Maria Tessari, vuol sottolineare la data del 29 settembre attraverso una frase della canzone dell’Equipe 84, che contiene quelle parole, parole che in questo contesto non sono riferite a una Donna ma a una Entità, che l’artista non è in grado di descrivere; il luogo dove la mostra stessa viene esposta, Bardot Art Café che diventa teatro dell’attesa; il tutto legato da un ‘filo rosso’ che passa attraverso i suoi quadri che riproducono ed elaborano con la pittura alcune fotografie di ‘Epitaffi’ stampati su tela. L’intento è quello di creare un’atmosfera di ‘festa’ con, e, gustando un buon spirito ‘ironico’.

Claudio Lorenzoni

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